Quando un figlio è malato, e per di più ti ritrovi a gestire la situazione da sola, fai mille pensieri.
Dovevo portarlo prima dal pediatra.
Devo assolutamente farlo visitare da qualcun altro, meglio avere un secondo parere.
E se non riesco a far scendere la febbre che è quasi arrivata a 40?
E se la febbre così alta provoca complicazioni?
Avrò fatto il possibile e l'impossibile? Ma sarà davvero solo l'influenza?
Ti ritrovi a spiare ogni respiro, ogni variazione sul corpo; di notte, perfino il segno del cuscino sul viso può sembrare segnale di un peggioramento.
Misuri la temperatura ogni mezz'ora anche se sai bene che qualsiasi farmaco non agirà prima di un'ora.
Accendi e spegni la luce per osservare meglio, ti armi di pazienza perchè devi costringere tua figlia ad un bagno notturno e sai che non gradirà.
Inventi improbabili storie di sirene raffreddate dei mari del Nord e di fate che raccolgono l'acqua dell'alta marea attorno a Mont Saint Michel per farne bombolette miracolose di spray nasale che nessun bambino vuole utilizzare.
Quando finalmente è giorno e tutto si ridimensiona, arrivano i soccorsi per mano amica.
Hanno forma di brioches e antibiotico e tu ringrazi il cielo per averti donato persone così gentili e care.
Il termometro ti invita a riprendere fiato ma ti chiama un amico lontano e ti racconta che sua figlia ha avuto una malattia rara, scambiata per scarlattina, ha rischiato di morire e ancora non si può stare tranquilli.
I pensieri, misti a preoccupazione e dispiacere, si confondono, ti attorcigliano lo stomaco.
L'aria si blocca a metà del petto.
Guardi tua figlia che finalmente dorme più serena e capisci cosa davvero conta.

